Sapienza, Mattarella replica agli studenti in protesta: «I diritti valgono per tutti. No agli atenei isolati»

Hanno celebrato la festa dell’eliminazione del rispetto e del principio di autorità (cancel culture anche questa, con in più un portato di minaccia violenta), fino ad andare a contestare perfino il massimo rappresentante delle istituzioni. Il Capo dello Stato che rappresenta tutti, ma questa minoranza iper-ultra-stra minoritaria (una cinquantina in tutto di manifestanti anti-Mattarella) non riconosce neppure lui. Gli vengono tirati contro aeroplanini di carta, come fossero sassi e speriamo non lo diventino mai. Cercano di respingerlo gridando «complice di Netanyahu e della Polimeni» (che è la rettrice della Sapienza). Vanno addosso alla sua auto, ma la polizia li blocca, cercando di avvolgerla nei loro fumogeni rossi e verdi (verdi come il colore della guerra santa). Pretendono che il presidente vada a rendere onore alla loro protesta infilandosi nella tendopoli degli acampados intitolata a Gaza nel pratone della città universitaria. «Devi risponderci», gridano a Mattarella – il quale intanto è entrato ben protetto nell’aula del rettorato per incontrare i più brillanti neo-laureati della Sapienza – e gli imputano la colpa di non aver risposto alla loro lettera in cui parlano di «genocidio» commesso da Israele e in cui se ne infischiano, come sempre, del 7 ottobre. Poi, quando comincia la cerimonia, e parlano la rettrice e tutti gli altri, e il Capo dello Stato soprattutto, arrivano da fuori e entrano dai finestroni i suoni della tecno assordante, della musica super-elettronica da rave (e che tristezza pensare che, per quei paradossi tremendi della storia, sarà stata la stessa che ascoltavano i ragazzi e le ragazze in Israele quando irruppero i guerriglieri di Hamas e fecero la carneficina), e le parole presidenziali devono sopportare come sottofondo invasivo questa colonna sonora sparata dagli amplificatori del pratone. Di più: arrivano anche le minacce. «Mattarella pagherai tutto» gridano i ragazzi al Capo dello Stato.

Ma Mattarella non si fa annichilire. Applaudono il suo discorso, dentro il rettorato, quegli stessi professori che in queste settimane non hanno avuto il coraggio di sfidare la piazza, dicendo apertamente e a proprio rischio e pericolo ai pochi ragazzi in rivolta ciò che va detto (ragionate! smettetela!), e che hanno mostrato cedimento e mollezza come corpo accademico alla mini-massa studentesca che impedisce una tranquillità di vita universitaria a tutti gli studenti che non si accampano e non gridano, come ieri è accaduto, ai poliziotti: «La Sapienza è nostra» e, in rima, «Via, via, sionisti e polizia!».

I PROFESSORI

Solo qualche sparuto professore ha il coraggio nell’enorme aula del rettorato mentre Mattarella sta per parlare, di dire con nome e cognome come la pensa. Gli altri danno perfino del «terrorista» a questa (poca) gioventù in protesta ma aggiungono «rispetti per favore il mio anonimato». Mentre ecco il preside di Giurisprudenza. Chi è? E’ l’ex segretario dei Comunisti italiani, ed ex ministro della Giustizia, Oliviero Diliberto. Nella tecnica del dico ma non dico praticata dagli altri, Diliberto osserva: «Ho partecipato a centinaia di manifestazioni a favore dei palestinesi e sono ovviamente dalla loro parte. Ma anche in Senato accademico ho detto questo: fare l’equazione tra governo di Israele e università israeliane, come fanno questi ragazzi che vogliono la rottura di ogni rapporto scientifico tra atenei, è assurdo. Significa che se il governo Meloni facesse cose sbagliate e tremende, la colpa sarebbe anche di chi come noi insegna, fa ricerca e manda avanti le università. Ma noi, così come gli atenei israeliani, che cosa c’entriamo con il governo?».

Non fa una piega il discorso dilibertiano. Così come Mattarella ha condotto un ragionamento di buon senso che – visto il clima di oscurantismo ideologico – potrebbe perfino apparire eretico. E ciò deve far pensare a che tipo di situazione – Giorgio Gaber avrebbe cantato: «C’è un’aria, un’aria, che manca l’aria» – ci troviamo. Quella in cui il Capo dello Stato, dal palco dove tra gli altri siede Gianni Letta, ci tiene a far capire che l’abdicazione delle università come «luogo di libero confronto» è un grave danno civile. Che gli atenei non possono essere un luogo di boicottaggio.

E insomma, «una lettera pubblicata da alcune agenzie di stampa mi ha sollecitato a non includermi in quella che è stata definita la torre d’avorio del rettorato. Venendo ho visto un cartello che mi chiedeva che cosa pensassi di quel che avviene a Gaza. Non voglio lasciarla senza risposta. Ho già chiesto, anche nell’assemblea generale dell’Onu, un immediato cessate il fuoco». E ancora: «L’esigenza di rispettare il diritto umanitario è nella nostra Costituzione e questo vale in tutte le direzioni. Vale per i civili, per il popolo palestinese, vale per i ragazzi stuprati e uccisi mentre ascoltavano musica in un rave lo scorso 7 ottobre, vale per i bambini sgozzati in quell’occasione, vale per Mahsa Amini e per le ragazze che dopo di lei sono state incarcerate e uccise perché non indossavano il velo, vale per le ragazze che non possono studiare in Afghanistan. Per la nostra Repubblica tutte le violazioni dei diritti umani vanno contrastate, sempre».

Ma forse il passaggio mattarelliano più stimolante è quello in cui il Capo dello Stato (lui che difese il ministro Roccella nell’aggressione subita agli Stati generali della natalità ma aveva precedentemente stigmatizzato l’atteggiamento della polizia che manganellò alcuni studenti a Pisa) osserva riguardo alla pretesa di stracciare le collaborazioni accademiche tra La Sapienza e le università israeliane (a proposito, in quella di Haifa la rettrice è una donna araba): «Se si recide il collegamento tra università, non si aiutano i diritti, si aiuta il potere, quello peggiore, quello che cerca di tenere isolate le università del proprio Paese, di impedirne i collegamenti con quelle oltre confine. Così, nell’isolamento, i regimi controllano meglio le università».

LA LEZIONE

Ecco, i luoghi del sapere vanno tenuti fuori dalla contesa geo-politica. Un discorso troppo raffinato – sì, troppo, ma evviva! – per i ragazzi che, fuori da quell’aula, stanno mimando la guerra civile e esultano quando i celerini «servi», «poveracci», «fascisti», «e guai se mi tocchi, maschilista di merda!», invece di caricare si ritirano e vanno via dalla città universitaria per non dare il pretesto ai ragazzetti di atteggiarsi a vittime di un regime criminale.

Le decine di intifada boys and girls alla casereccia – questi simboli della storia che si ripete come farsa, ma anche una farsa può essere pericolosa – sono la contro-immagine dei più eccellenti neo-laureati della Sapienza, centinaia di ragazzi accompagnati dai genitori commossi e premiati per i loro meriti davanti al Capo dello Stato nell’aula del rettorato, i quali mentre sentono il rumoroso fastidio delle grida degli pseudo-feddayn e le loro musiche simil-combat raccontano: «Ho appena preso 110 e lode e già mi chiamano le aziende che mi vogliono assumere».

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